Tutto il resto è noia

L’avevo trovato finalmente, nelle file disconnesse di sistemi altergici trasferitesi in letarghi austrabili di sinfoniche mescolanze di bulgari ladini, una sera di novembre vidi lui e fu così che nascette amore.
Aveva  un’età indefinita e una capacità cranica nella norma, due occhi più blu del blu anche se erano marroni, non era bello ma accanto a sé aveva mille donne se cantava Help o Ticket to ride o Lady Jane o Yesterday (zum zum zum). Mi sorpresi a guardarlo  mentre sceglieva del  Roquefort  nel banco della gastronomia al supermercato che poi tanto super non era, ma di questi tempi un po’ tutti si atteggiano, iper compresi.  Tastava quelle forme con la sensualità con cui un pastore sardo tocca la sue pecore, ci scambiammo un occhiata all’inizio fugace e poi via via più intensa fino a che non mi avvicinai  con fare leopardato dicendogli: “ e delle mie forme cosa ne pensa?”.  Lui sorrise come solo l’uomo che non devi dire mai sa sorridere, allora io con nonchalance elvetica sbottonai i bottoncini della mia camicetta in suede blu di Prussia per mostrargli le mie Grazie: Grazia e Graziella. Sapevo che nessuno poteva resistere al mio seno prosperoso come l’economia dell’Italia dei primi anni ‘60, quando andavano di moda i reggiseni con le punte a forma di  cucuzzolo della montagna con la neve alta così. M’invitò quella sera stessa a casa sua, in attesa delle poche ore che ci separavano dal nostro incontro non stavo più nella pelle, infatti al posto del cuoio che indossavo  fino a poche ore prima scelsi del classico latex nero. Arrivai nel suo appartamento all’incirca alle 20:45:76” (più o meno), mi accolse il canto di Franco Califano che sentivo già dalle scale, eccitata da quella voce mi ritrovai bagnata ancor prima di varcare la soglia, se quella sera avessi preso  un ombrello forse non mi sarebbe accaduto.
Mi fece accomodare e mi offrì dei simpatici caprini,  che carini e come belavano!
Sul piatto il disco di Califano girava e la sua voce solleticava le mie voglie mentre mi nutrivo di robiola e grana in sfoglie,  lui mi versò del vino sedendosi vicino, io ne bevvi un bicchiere mettendomi a sedere, lui pose la sua mano sul mio seno che d’amore era pieno. Era de maggio e te cadeano nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse anche se era Novembre,  la sua mano mi palpeggiava rendendo turgidi i miei pensieri . Mi sarei fatta sbattere,  in tutti i modi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, le uova fresche che aveva nel tinello per bermi un sano zabaione abbracciando poi il suo corpo per ore ore  ore e far l’amore con la sua assenza, motore danza, sento già che il dolore avanza, respirerò lacrime e aria che mi sbronza. Fu così che mi prese, in un attimo mi alzò di peso apparecchiandomi sul tavolo, entrò in me  invadendomi  dopo un po’ (oh sì … un bel po’)  con la sua maschia essenza .  Non ricordavo di aver mai goduto così fino a quel momento, ma forse era colpa dell’amnesia amnesia canaglia che ti prende anche quando non vuoi.  Venni ripetutamente,  mi sentivo un fiume in piena, come il latte che si fa caglio, formaggiai la mia anima alla sua.
La voce del Califfo riecheggiava nei meandri reconditi periclati degli anfratti del mio corpo  voluttuoso e bianco come la burrata di Andria.  Passammo tutta la notte così in varie posizioni  comprese quelle statiche del Tai Chi. Quella fu la prima di tante notti passate insieme ad assaporare caci e baci, persi nella nostra passione, presi nella nostra pulsione, ma poi la passione si affievolisce, l’amore si svilisce, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza  (se dice di culo eh!). Ogni tanto  ripenso  a quell’incontro intenso, ma voglio vivere il presente avendo nella mente il prossimo appuntamento che non sarà lontano se non cuor mio porterò sempre Franco Califano.

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Daido Moriyama “Tights”, 1987-2011/2016

 

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