Il bar de’ Lapo Calisse

Ho incontrato Lapo una matimg_20161217_165452tina tinta dei rossi del tramonto e di blue stilton. Non mi aveva colpito in particolar modo, neanche quando mi aveva tirato una bastonata nello stinco sinistrato dall’angelica intemperanza delle claudicanti andate su tacchi scoscesi di pelle lucida pelle nera, in inverno come in primavera.  Aveva iniziato ad insinuarsi, come un serpente nei metrò, negli angoli bui della mia anima. Era così carino, era così carino, privo di testa e ben vestito, ma non mi diceva un granché, anche perché non parlava quasi mai, ma a gesti sì che si faceva capire, tant’è che spesso lo chiamavo Lapo Ca Lis. Aveva così insistito per uscire con me che alla fine cedetti, anche perché m’invitò in quella fromagerie in centro ricca di caci provenienti da tutti i luoghi e da tutti i laghi. Mi guardava, mi sorrideva, arrossiva, poi ad un certo punto iniziava a gonfiarsi non per eccitazione, ma per una sua fastidiosa allergia ai tovaglioli in titanio fluorescente di cui, perversamente, amava circondarsi.  Siamo usciti un paio di volte insieme e mi accorsi che le cose fra di noi cominciavano ad avere una certa piacevole consistenza, sarà perché avevo avuto modo di testarla con mano e non solo. Avevamo tanti progetti in comune che prevedevano molto perlage, un pizzico di bondage, e cascate di fromage. Stavamo bene, allietavamo le nostre esistenze svogliandosi di noi, Lapo Calisse stava segnando un nuovo inizio e invece poi si è rivelato l’ennesima fine. Come un tritarifiuti di una brutta periferia urbana piena di ratti e di  malmessi cantanti Hip Hop hop hop hop somarello, trotta trotta il mondo è bello, è passato sulla mia esistenza facendola a pezzi. E’ sparito ignorandomi. E’ stato inghiottito nella regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. Lui è nella regione dell’immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà.
Ormai nei sono certa, questo luogo esiste ma è in una dimensione invisibile a noi lasciati o messi in stand by (se questo può farvi sentire meno sfigati, io preferisco comunque le reblochon che mi aiuta costantemente sia nel corpo che nella mente). Questo buco nero, che risucchia i nostri amanti, si presenta come un bar con un grande bancone, dietro  il bancone un barista gentile di quelli che sanno ascoltare, o almeno fingono di saperlo fare bene. L’amante arriva attratto da una potente forza magnetica e si siede comodamente al bancone a bere una fantastilbirra da 20 ettolitri, si guarda intorno, riconosce i suoi simili con cui scambia fraterni sorrisi, strette di mani e strizzamenti di palle e/o palpazioni di tette. In quel luogo il tempo si dilata, come i buchi dell’emmental in estate, si perdono i contatti con la realtà, si perde la memoria. Da lì nessuno è più tornato fra noi comuni mortali. Alcuni hanno pensato di poterlo fare e probabilmente si sono illusi, illudendo anche altri, di esserci riusciti, ma non è così, quel bar cancella e riprogramma la mente, Lapo Calisse non è più tornato.

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