Scorporami, ma di baci saziami

Il tramonto è ormai tramontato, ma d’altra parte cos’altro poteva fare? Scende la sera e m’investe dei toni del Blue Stilton, la saudade m’invade. Ah se avessi avuto almeno un maestro ad insegnarmi come  trovare l’alba dentro l’imbrunire non mi sentirei un’isola nell’oceano della solitudine. Non si placa in me la voglia di un mondo diverso ma fatto di sesso, chi vivrà vedrà. La stagione delle more viene e va, mi sono tinta i capelli di rosso di sera, buon tempo si spera.
Voi omennicoli transpurganti fallaci oriane fumatrici, siete incapaci di comprendere l’amore grasso dello speck avvinghiato alla toma, l’eterosessualità è contro natura, la promiscuità è vita, ohi vita mia, ohi core de chistu core. I nibelunghi amplessi  s’intrecciano in corpi  dalle svariate forme e come gorgonzola sprizzano gocce d’erotismo bagnato, erotismo fortunato. Ho conosciuto l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, non era certo nella mia lista ritrovarmi ad orgasmare con un commercialista, ma così è andata. Che altro potevo dichiarare se non ho redditi dato che il mio lavoro come tata è a nero (oh mare nero oh mare nero oh mare ne’) e vengo pagata dai genitori di quei due mocciosi svizzeri solo in emmenthal?  Non ho evaso che la routine, non ho contributi da dichiarare se non quelli che ho largamente elargito alla letteratura italiana  grazie alle mie confessioni che infarciscono la lingua della nostra penisola di note piccanti di provolone calabrese spruzzato all’nduja di Spilinga. Santa Rita S’Accascia mi è testimone di Geova, ma preferisco la Samp.  Eppure mi sono ritrovata in quello studio  con il cuore a pezzi e gli scontrini dei formaggi ancora nelle miei mani quando ho ricevuto la terribile notizia che non erano scaricabili dal 730, ho pianto lacrime di caglio: il formaggio è  vitale, neghereste l’insulina ad un diabetico, il cortisone a chi è in preda ad uno shock anafilattico? No, vero? E allora perché lo stato mi nega con intransigenza di  scaricare dalle tasse il pecorino di Pienza? Ero triste come Firenze canzone triste, il commercialista aveva tentato di consolarmi parlandomi di scorporo, di aliquote, accertamenti e tributi, ma niente riusciva a tirarmi su di morale fino a quando non nominò di avere del primosale  e m’invitò a condividerlo con lui.  Fu così che mi accorsi che oltre a non aver calcolato le tasse non avevo calcolato  quanto quell’uomo fosse affascinante, il primosale non è dei formaggi fra i miei preferiti, ma era pur sempre un inizio quello e così ci deliziammo la bocca adagio di quel cacio, poi fu la volta di noi.
In men che non si dica in quello studio volarono moduli, ricevute fiscali  e i nostri vestiti, e fu il calore d’un momento, poi via di nuovo verso il vento, davanti agli occhi ancora il sole, dietro le spalle un pescatore. Ci avvinghiammo assaporando reciprocamente i nostri corpi, il suo odore di ferormoni al 22% scorporava la mia razionalità, l’accertamento che lui aveva fatto nei miei confronti era andato a buon fine,  la sua aliquota non era certo ridotta, l’attività intramuraria che andammo a svolgere si poteva sentire anche negli studi vicini.  Fui stupita nel constatare la grandezza della sua base imponibile, al temine del nostro amplesso accertammo quanto fosse positivo il bilancio di esercizio, quando giungemmo al conguaglio, la compensazione era stata realizzata.
Da quella volta sono sempre stata in regola con le tasse, il mio commercialista conosce bene il mio domicilio fiscale, disquisisco allegramente con lui della doppia imposizione mi aiuta a scoprire gioiosamente gli ultimi incentivi, nuove sensazioni e giovani emozioni.

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