Alghero (in compagnia di uno straniero)

Il vento caldo dell’estate mi sta portando via lungo la strada di ricordi incentrati su genuflessioni elvetiche consacrate al Vacherin fribourgeois. Penso alla mia gioventù che non tornerà mai più, rimembro un membro della confederazione Svizzera che conobbi durante una conferenza sulla grande famiglia delle Gruyère. Si chiamava Gottardo Sbrinz, pur essendo piuttosto stagionato non era certamente un tipo a pasta molle. Gottardo aveva i capelli brizzolati, gli occhi verdi di tua madre e un sorriso che gli illuminava il viso come una lampada osram vicino alla stazione.
Ci conoscemmo durante una degustazione bendata, fu lui ad infilarmi in bocca del Blenio e la sua lingua per poi passare a stuzzicarmi con la Tête de Moine mentre tastava le Tête de Sabrellà. Mi disse che doveva tornare a casa sua a Grindelwald ma che la settimana successiva avrebbe dovuto recarsi ad un convegno sui formaggi sardi ad Alghero e che se lo desideravo poteva portarmi con sé. Mi sarei deliziata con i prodotti caseari dell’isola bella senza amaretto e con il suo corpo e così fu. L’amore con lui avveniva in momenti precisi, era un po’ freddo ma sapevo di poter contare sulle sue grandi riserve segrete. Sapeva come prendermi in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, ero la sua schiava, fu lui a farmi scoprire il bondage e il bricolage, la dominazione e l’allitterazione, l’Hully-Gully, Hully-Gully, Hully-Gà. Era bello starsene ad Alghero in compagnia di uno straniero su spiagge assolate a parlarsi in silenzio fra languide occhiate. Passai con lui giorni idilliaci al sapore di pecorino e fiore sardo, notti in cui ci nutrivamo di passione l’uno per l’altra. Il suo corpo era caldo come un’ Emmentaler e profumato come le Soleil de Sierre Fendant, la mia bocca non ne aveva mai abbastanza di esplorare ogni suo recondita armonia. Me lo sentivo tutto dietro, veniva che sembrava un carrarmato. “Ma chi sei Pinochét?”. Mi faceva soffrire prima di concedermi l’orgasmo, mi dominava indicandomi come mi sarei dovuta comportare a letto,  quando, nei giorni successivi,  cominciò a darmi indicazioni su quello che dovevo fare in cucina e nel soggiorno lo mandai a quel paese. Ero la sua schiava, non la sua cameriera … anche se ripensandoci mi avrebbe pagata meglio dei genitori dei due mocciosi a cui faccio la tata, ma ero giovane e ancora inesperta, dovevo ancora comprendere la potenza dei miei cavalli a cui non guardare in bocca.
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