L’ultimo cacio

Di quei caprini buttati nel vento
l’ultimo cacio mia dolce bambina
brucia sul viso come gocce di puzzone
l’eroico formaggio di un feroce addio
ma sono lacrime mentre piove (gim)

cacioMi ricordo montagne verdi e le corse di una bambina, con l’amico mio più sincero, un pecorino dal guscio nero. Ero giovane e  ancora inesperta del mondo degli uomini e dei formaggi, ma già ne sentivo una certa attrazione che mi provocava una forte emozione come in una vecchia canzone che fa: “Trallallalà”. Mi sentivo affascinata dall’odore caprino del mio vicino, voi pseudoumanoidi dagli abissi iperscrutanti non potete capire cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, per voi, rimasugli putridi di iPhonatici telefonini che vi mettete in coda ai Gigli e fate figli come conigli, non ci sarà mai l’illuminazione di perdervi anima e corpo nel vero provolone calabrese che nell’amor fa le sue imprese. Io ero così, semplice e aperta, felice di fare sempre una nuova scoperta. Il mio vicino si chiamava Casatiello, non era alto, ma era tanto bello, aveva delle capre e mi chiamava Heidi, forse perché all’epoca vivevo da mio nonno. Trascorrevo con lui le giornate nei pascoli verdi della mia giovinezza, lui mi raccontava delle sue imprese nel paese, di quando andava a vendere con coraggio tutto il suo formaggio. Io mi perdevo nelle sue parole e nei suoi occhi scuri come la notte buia e tempestosa di Snoopyniana memoria. Avevo 15 anni ed ero ancora vergine ascendente scorpione, lo aspettavo ogni giorno per salire sul cucuzzolo della montagna per sentire i suoi racconti fatti di persone e caprini. Pensavo che mi reputasse solo una ragazzina acerba, non avevo certo il coraggio di fare il primo passo, lui era tanto più grande di me e poi era tanto amico di mio nonno e del suo cane Nebbia. Passai con lui giorni di sole, cieli immensi e immenso amore, camminando per discese ardite e poi risalite. L’estate senza fine poi finì e si gelò il mio cuore, dovevo tornare in città, lasciare le montagne, il nonno e lui. Decidemmo di salutarci un pomeriggio, lui era molto triste, triste triste triste, triste triste, triste come me, quando fu il momento di salutarci lui si avvicinò a me, io credevo che volesse baciarmi sulle guance e invece le sue labbra si posarono sulle mie. Ricordo ancora il sapore di quell’unico ultimo bacio che sapeva di cacio. Me ne tornai a casa dei miei genitori e pensai a quel bacio dolce, intenso e allo stesso tempo forte ed erborinato, tutti i giorni fino all’estate successiva quando credevo di ritrovare di nuovo il mio piccolo grande amore, ma non lo trovai più. Se n’era andato a vivere a Francoforte, mio nonno mi disse che si era fidanzato con una ricca ragazza paraplegica di nome Clara e che non sarebbe più tornato.

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