Jonas, la mia pelle, la sua pelle al chiarore delle stelle

Mi chiedo perché sono nata donna insaziabile dalle ipocontriache sinassi scoscese come fosse un domani acronico? Come fosse Antani  nato ai bordi di periferia dove i tram non vanno avanti più. Chi mi manca adesso sei tu, nel blu dipinto di blu.
Avevo conosciuto un ragazzo mezzo ivoriano, mezzo francese. Nel mezzo, per fortuna, le sue origini  fra le sue cosce scolpite erano evidenti, com’era evidente l’amore di entrambi verso il cibo e il sesso estremo caseario.  Con lui avevo scambiato fluidi e camembert, si avventurava fra le mie discese ardite e le risalite come nessuno mai vi giuro nessuno, ci saziavamo l’uno dell’altra in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
Voi non potete capire il piacere intrinseco di un formaggio spalmabile su una pelle bronzea di Riace, si sa che a me mi piace. Voi non potete comprendere la bellezza di un giovane corpo di un cristo risorto sul molo di un porto, è un Dio che morto. Voi no, io si. Mi avventurai con lui in una dimensione senza limiti come l’infinito e senza tempo come l’eternità; in una regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapore. Si chiamava Jonas, era giovane e bello, alto e un po’ snello e dal grande pisello. Si addormentava spesso sui miei grandi seni, che d’amore erano pieni, dovo aver assaporato avidamente ogni parte di me, anche quella più intima di carinzia.
Passammo l’estate in una spiaggia solitaria e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto ogni volta che il mio seno era scoperto, la nostra relazione ci regalò più di un’emozione. La mia pelle bianca e vellutata si fondeva con la sua epidermide ambrata in amplessi spasmodici in alberghi dai prezzi modici. Mi possedeva entrando nelle mie segrete in posizione sempre inconsuete.
Lui avrebbe dovuto partire per un lungo viaggio ma diceva di non avere il coraggio di abbandonare me e l’italico formaggio. Ci lasciammo un giorno di primavera mentre il sole cedeva il posto alla sera, da quel giorno ho girato e rigirato senza sapere dove andare ed ho cenato a prezzo fisso seduto accanto ad un dottore.
Il dottore non è male ma non ha il suo stesso arsenale, mi manca Jonas e il suo sapore erborinato, ma forse era per via delle canne che ci facevamo per costruire la capanna dello zio Tom Tom, aiuto mi sono persa.
Adesso mi ritrovo in compagnia di un medico insipido, in un locale che fa schifo, poca gente che ci guarda c’è una checca che fa il tifo e sogno ancor quel bel ragazzo moro che scopava come un toro.

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