Tutta Donna

Ormai la mia credenza era vuota, non avevo più fede in Santa Rita S’Accascia e nei formaggi stagionati francesi, vivevo giorgio per giorgio abbeverandomi alla fontina del terzo scaffale, della corsia 7 dell’ipercoop, dove, appunto, lavorava Giorgio. Con lui avevo passato ore liete nel magazzino del supermercato, nascosti fra caciocavalli domati che non guardavamo in bocca, taleggi e camembert. Ma ad un certo punto, non ricordo come fu, la passione fra di noi si affievolì e quando arrivammo allo squacquerone ogni nostra fantasia si volatizzò come pecorino grattugiato al vento. C’eravamo tanto amati in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Per lui ricoprivo i miei capezzoli di robiola che assaporava con i fichi, talvolta con le pere, facendo attenzione al contadin che non dovea sapere.

L’amore che strappa i capelli era perduto ormai e la calvizie lo colpì velocemente con una ferocia inaudita. Ricordo di avergli detto ad un certo punto: “Non gioco più, me ne vado”. Lui supplicante rispose: “Anima mia, torna a casa tua!”, io non volendone più sapere continuavo chiedere. E poi mi disse : “Senti camminiamo” sciamo scesi in fretta e poi restati li. In silenzio soli, lasciando la luce accesa, soli mangiando un panino in due. Fu solo quando esaurimmo tutto il repertorio, degli anni 60/70/80, della canzone italiana, scoprimmo che non avevamo più nulla da dirci e fra noi calò il silenzio di Nini Rosso.

Voi non potete capire la dispersione nello scintoismo berbero di una tata elvetica che ormai aveva provato ogni tipo di perversione, ogni tipo di formaggio. Voi stupidi bipedi di periferia che andate avanti e indrè, avanti e indrè, che bel divertimento, non potete capire cosa fosse la solitudine per me, questo silenzio fra di noi … e a me la Pausini, francamente, è sempre stata sulle balle.

Passarono gli anni e i mesi e se li contavo anche i minuti, fu triste trovarsi adulteri senza essere compiaciuti. Fu nelle notti insonni vegliate al lume del sardo fiore che mi resi conto che non si può morire dentro. Dovevo rompere la monotonia nella quale avevo rinchiuso il mio vero io fatto di planatemi canforatrici, brie e taleggitudine . Mi spogliai dei miei vestiti e dei miei ricordi, compreso quello delle montagne verdi, m’immersi nella vasca che abbondava di fior di latte e cominciai a toccarmi insestibilmente crittica per riscoprire in me nuove sensazioni e giovani emozioni. Tamponai la mia pelle con del Montasio, misi due gocce di Gim dietro le orecchie, fasciai il mio corpo con della pelle nera e uscii di casa. Sentivo tutti gli sguardi su di me, risvegliare l’erotismo caseario era la mia missione. In fondo l’avevo sempre saputo ed è solo questo che mi fa sentire tutta donna … dalla cima dei capelli, al profumo della pelle.

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