Perversa e felice

Ogni volta che tornavo da un tour con la mia Gigliola Cinguetti cover band Alessandro mi aspettava scodinzolando come un randagio utopico, si attaccava alla mia gamba e cominciava a guaire. Amavo le sue feste comandate, amavo i suoi occhi vitrei da etilista consunto e il suo sesso che s’innalzava al pari delle sue transaminasi su di noi, nemmeno una nuvola. Il nostro era un rapporto idilliaco, consumavamo pasti frugali a base di crescenza che spalmavamo sui nostri corpi nudi e crudi contornati dall’invidia belga delle comary e dall’erba cipollina del vicino sempre più verde. Facevamo l’amore ascoltando il sax di Fausto Papetti che, insinuoso come un serpente nei metrò, eroticizzava le nostre giornate. Era il tempo del sole e dei grandi perché, sentivo l’inquietudine nascere in me, non sapevo se mi mancava di più quella carezza della sera o quella voglia di avventura, voglia di andare via …di qua. Nonostante l’affetto, contornato di robiola e camembert, di cui Alessandro mi nutriva non mi sentivo veramente felice, ma solo confusa. Voi scarafaggi neri che attraversate questo universo fatto d’incommensurabili campi di fragole, voi piccole pietre rotolanti appartenenti ad un mondo istoriato di nero, voi che vi perdete nel blu dipinto di blu felici di stare lassù, voi tristi e avviliti, voi ricchi e poveri, voi Gepy & Gepy, voi non potete rendervi conto che la felicità non è solo un bicchiere di vino con un panino, felicità è tenersi per mano e andare lontano.

Seduta con le mani in mano sopra un panchina fredda del metrò, mentre aspettavo quello delle sette e trenta chiusa dentro il mio paltò, pregavo Santa Rita S’Accascia di darmi un segno, che fosse un più o un meno non m’importava, volevo sapere se e come portare avanti una storia importante, quella che sei tu, forse ti più.

“Fermati un istante, guarda chiaro metti gli occhi dentro i miei, come ti vorrei, quanto ti vorrei” Fu questa la voce, un po’ nasale, che udii dai bordi di periferia. Alzando lo sguardo osservai il fusto nigeriano più bello che avessi mai visto, un uomo che cantava con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi a Genova. Era meraviglioso vederlo mentre diceva ai vigilantes che l’avevano fermato: “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, io sono un nigeriano!” Non potevo non intervenire, distrassi i vigilantes mostrando quanto di meglio avevo da offrire: “le tette!” direte voi miei piccoli lettori, no ostentai con sfrontatezza il mio sfilatino con crescione e gorgonzola che li stordì all’istante giusto per dare il tempo al mio fusto di sgattaiolare. Seguii il mio istinto e quel bel mandingo, fu così che ci ritrovammo in superficie avvolti nell’aria ruffiana e leggera del sabato sera. Sentivo il mio corpo fremere come un vibratore farneticante, volevo quell’uomo a casa mia e senza troppi giri di parole lo invitai a venire da me. Salii le mie scale tre alla volta, mi stesi sul divano, chiusi un poco gli occhi e con dolcezza lasciai partire la mia mano. Avvertivo la sua eccitazione crescere come la mia, intanto mi accorsi che Alessandro, disteso accanto a noi, si stava riprendendo dalla sua ennesima sbronza. Aprì gli occhi, mi vide mentre mi stavo affaccendando col mio fusto e comprese senza indugio il desiderio che bramavo soddisfare, si mise accanto a noi e anche lui prese ad armeggiare con la sua mano. Fu così che le nostre dita si ritrovarono velocemente ad affondare in tutti quei pertugi di perdizione, nel giro di pochi minuti consumammo tutto l’emmental.

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