La voglia, l’amore, l’amore, la voglia

Lo incontrai ad una degustazione di formaggi, erano circa le sette di sera ed era già ubriaco, aveva i capelli grigi, il volto tracciato da numerose rughe e una barba incolta. Tutto il suo aspetto nel complesso era trascurato, eppure lo trovavo affascinante. Si presentò fra un giro di roquefort e uno di camembert, si chiamava Alessandro Barrique, faceva lo scrittore. Mi parlò del suo ultimo libro, l’avrebbe chiamato “Novecento cl”, raccontava di un pianista dal talento esagerato nelle sfide a suon di ragtime e bevute di grappa. Mi disse anche di altre storie che aveva in mente, mentre parlava le parole s’inceppavano nella sua lingua impastata dal troppo vino. Ad un certo punto nel locale entrò un fusto nigeriano ma non subì su di me i soliti effetti di sempre, non mi sentivo in quel momento la solita Ecci Tata, mi stavo smarrendo nell’alcol e negli occhi lucidi di quell’autore di racconti intessuti di uve invecchiate e di mare. Che questo nuovo incontro fosse un segno di Santa Rita S’Accascia mi fu subito chiaro quando tentammo di alzarci dalle sedie e capitolammo a terra fra le scorze di formaggio e le briciole di pane. Eravamo ancora accasciati al suolo quando ci scambiammo il primo di una serie infinita di baci. Non avrei mai creduto di essere capace di tanto romanticismo, l’ultima volta che mi ero innamorata era stato di un tipo alto 19 cm, dotato di sferette al suo interno e fornito di un piccolo coniglietto vibrante che mi aveva regalato emozioni intense. Ormai la mia vita si divideva fra il mio lavoro come babysitter presso i mocciosi svizzeri e le orge occasionali, non pensavo che mi sarei più sentita coinvolta dopo la folgorazione con Volunia. Eppure mi ritrovavo mano nella mano per strada con un uomo maturo e completamente ubriaco a fantasticare di un futuro insieme libero da ogni inibizione e dal delirium tremens. Arrivammo a casa sua barcollando, mi destai la mattina che ero ancora vestita con lui che mi russava accanto. Cercai in qualche modo di svegliarlo, ma sembrava non volerne sapere, nell’attesa ammazzai il tempo bevendo caffè nero bollente in quel nido scaldato già dal sole paziente. Accesi la radio in cerca di un adeguato sottofondo musicale per la nostra storia d’amore e mi misi ad osservarlo. Nonostante le devastazioni che gli eccessi avevano lasciato sul suo corpo era ancora un uomo bello e impossibile con gli occhi neri e quel sapor mediorientale . Cominciai ad accarezzargli i capelli e lasciai la mia mano scivolare verso il suo sesso che si mostrò subito desto oltre ogni mia rosea previsione. Tenevo in mano il suo guerriero dalla testa purpurea del Cairo e gestivo i miei movimenti con la sapiente insinuosità di un serpente nei metrò. I miei sensi erano più vivi dei fermenti lattici di uno yogurt altoatesino, volevo averlo, desideravano che diventassimo al più presto un corpo e un’anima. Mi misi su di lui che non era ancora del tutto sveglio e cercai di cavalcarlo come Furia cavallo del west che beve solo il caffè, per mantenere il suo pelo più nero che c’è, ma fu inutile. Il cobra non è un serpente ma un pensiero indecente che non riuscivo a domare, la sua eccitazione svanì nell’attimo in cui avevo deciso di averlo dentro me. Quell’uomo, dotato di un talento artistico fuori misura, non voleva destarsi dal suo torpore pur avendo dato segni di uno stupefacente risveglio più incredibile di quello dei pazienti di Oliver Sacks. Malgrado la realtà dei fatti non riuscivo a farmene una ragione e volevo soddisfare in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi la mia immensa eccitazione. Pregai Santa Rita S’Accascia di darmi un segno. In quel momento la radio trasmise una vecchia canzone della Divina Amanda e compresi la soluzione che mi si prospettava.

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