La Via della Verginità

Decisi di cambiare vita dopo che Santa Rita S’Accascia mi apparve in sogno. Era bellissima e luminosa come una Spressa delle Giudicarie, mi disse che dovevo intraprendere un viaggio abbandonando la mia ossessiva ricerca dell’orgasmo caseario perfetto.

Quella mattina mi svegliai con un infinito senso di leggerezza, mi sentivo celeste nostalgia. Pervasa da un senso di mistica felicità decisi di liberarmi dei miei soliti vestiti in lattice nero parzialmente scremato. Indossai un casto intimo color carne putrida, una gonna sotto il ginocchio, ballerine e una camicetta con piccoli fiori di campo de’ fiori. Il sole batteva come quella vecchia signora sul’angolo della strada, guardavo le persone che non mi apparivano più come i soliti esseri inutili confezionati in spasmodici orgogenitorialifissi discroiti endeminali come li avevo sempre giudicati. Respiravo umanità e questo mi sconvolgeva, avevo sempre suddiviso la popolazione in persone che ritenevo sessualmente appetibili e droghieri, il resto per me non contava niente. Avevo esaltato le mie enormi tette stringendole e innalzandole in reggiseni sado/fetish per offrirle ai miei frequentatori passionali, mi ero spalmata ogni tipo di formaggio addosso affinché lo si potesse gustare insieme all’eccelso sapore della mia pelle. Avevo partecipato a menage a trois, orge e cacio, molti incontri, forse troppi. Dovevo ritrovare la via della verginità, la purezza del primo bacio e quella carezza della sera con quella voglia di avventura, voglia di andare via di qua. Avrei rinunciato al grana e ad ogni tipo di formaggio perché il messaggio era chiaro, Santa Rita S’Accascia voleva farmi tornare incontaminata. Ma la via della verginità era impervia, davanti a me si presentavano provole durissime. Proprio quel giorno in città si svolgeva la tradizionale Sagra del Pecorino di fossa e per l’occasione erano giunte dozzine di mandinghi nigeriani. Voi sapete quando ami il formaggio e fare l’amore per ore ore e ore e ore con un africano che non parla neanche bene l’italiano ma che si fa capire quando vuole. Tutto sembrava creato apposta per turbarmi, ma non volevo cedere, avrei ritrovato la verginità perduta quella sera di tanti anni prima con il mio compagno di scuola Crescenzo.

Crescenzo fu il mio primo amore, era figlio del droghiere, fu lui a darmi il primo bacio, ad offrirmi il primo provolone piccante della mia allora giovane ed inesperta vita. Difficilmente mi lasciavo cullare dalla nostalgia canaglia, mentre camminavo sotto questo sole bello pedale eh ma c’è da sudare mi ritrovavo a pensare alla mia prima volta sulla stessa spiaggia stesso mare. Eravamo poco più che bambini, ricordo ancora i nostri visi rossi quandoci denudammo, io ancora non sapevamo nulla del sesso e andammo a tentativi. Ci fu utile la merenda, i provvidenziali buchi dell’emmenthal dei nostri panini ci suggerirono come fare. Fu bellissimo. L’estate successiva Crescenzo fu trasferito in Svizzera per studiare, all’inizio ci scrivevamo molto, ma poi il leccare tutti quei francobolli mi venni a noia e ci dimenticammo senza troppi drammi.

Continuavo a camminare e a ricordare, ad un certo punto capii quello che era il vero messaggio della mia mistica favorita, la Via della Verginità poteva solo essere percorsa ritrovandola nei ricordi o in qualche operazione chirurgica che avrebbe restituito solo l’illibatezza di carne e non quella dello spirito. Respirai profondamente e tornai indietro sui mie passi fino a che non incontrai Fa’izu poggiato sul banco del pecorino di Pienza. Gli sorrisi, la mia pelle bianca si confondeva con il formaggio con cui si stava deliziando, presto si sarebbe deliziato anche di me.

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