Jessica Myon Rizzo Fantasy (II Parte)

Jessica Myon arrivo puntuale con l’aria smarrita di un’escort travestita da magistrato o da presidente americano. Era bellissima con quelle sue gambette storte  fasciate da pantacollant  in fibra ottica e con quella sua camicetta che le strizzava l’abbondante seno.  Mi sentivo addosso quella sconcertante esaltazione del contadino che all’improvviso viene a scoprire quanto sia buono il formaggio con le pere. Era tutto pronto per il nostro piccante incontro, avevo già diffuso nell’aria le intriganti note di Amo Sentirvi di Stula, Solinas e Marisa,  avevo acceso l’incenso al Puzzone di Moena, il vino rosso era stato messo a respirare come i miei calzini di filo di Scozia comprati l’estate scorsa da un cinese a Molfetta. L’accolsi con la mia aria da finta cocainomane finta, sapevo di poterla stregare anche solo con il mio sguardo.  La feci sedere sul mio puff di carta di riso e canne di bambù, qualcuno di voi potrà pensare che non sia poi tanto comodo, ma la comodità la lascio a voi persone dei neuroni mendicanti piume d’oca e tenerella , io elevo il mio spirito  vivendo una vita scomoda su tacchi di cristallo nero incurvati ai miei pensieri di lamé.  Venero Santa Rita S’Accascia che scelse l’inconvenienza di una  vita priva di rotule per sentirsi  più vicina ai piedi di  un Dio oscuro come un fusto nigeriano.  Myon mi guardava con lo sguardo smarrito di un gatto ciclopico,  mi avvicinai a lei offrendole del vino.  Potevo avvertire anche a distanza le sue palpitazioni, la sua pelle bianca trasmetteva l’erotismo inconscio dei formaggiai  svizzeri al chiar di luna n°5, d’altro canto anche io sprizzavo eros più di un Ramazzotti nato ai bordi di periferia.  Avevo indosso un completino in lattice nero che metteva in rilievo il mio contorno, risaltando anche il mio primo, il secondo e il piatto di mezzo (per non parlar del dolce).  La mia pelle odorava dell’irresistibile profumo al Canestrato di Moliterno ,  avevo unto il mio corpo con olio tartufato, avevo costretto i miei capelli in una sexy coda di caval domato da non guardare in bocca, anche io mi sarei fatta se solo  avessi saputo come prendermi.  Dopo aver chiacchierato del più e del meno Myon cominciò a parlarmi della sua vita, della sua infanzia  ad Alessandria Del Carretto, dei suoi studi a Trebisacce e del suo sogno di visitare un giorno a Pyongyang  e sentire  finalmente il sapore dei formaggi coreani.  Sentivo di aver trovato un animella affine alla mia, la sua voce mi eccitava e cominciai così ad accarezzarle i capelli, lei mi lasciava fare,  la mia mano procedeva in tortuosi percorsi fatti di discese ardite e di risalite.  La mia bella calabrocoreana mi raccontava di quanto da piccola si sentisse esclusa ed emarginata a causa della sua pelle e di quanto questo suo sentirsi inadeguata l’avesse perseguitata successivamente nell’adolescenza quando improvvisamente i suoi seni cominciarono  a crescere in modo apparentemente inarrestabile, questi suoi seni dove adesso si perdevano le mie mani ed il mio naso che respirava il suo odore piccante vagamente provolonato.  La sua apparente indifferenza alla mia tattile provocazione mi eccitava ancora di più facendomi accumulare  energia sessuale che avrei liberato  al momento opportuno. Mi alzai, ero sudata come un gorgonzola con la goccia, tolsi  il mio completino nero lasciando libero il mio seno gonfio e il mio sesso pronto.  Mi chinai su di lei e cominciai a toglierle gl’indumenti ambendo,  in modo ancora più insistente,  la sua entità. La musica si mescolava ai nostri respiri sempre più affannosi , la sua temperatura saliva, il calore era in costante ascensione, sentivo che da un momento all’altro sarebbe stata pronta a darmi l’estasi che tanto ricercavo.  Come Santa Rita mi accasciai su di lei, continuando a toccarla mi misi a parlare al suo orecchio della Nigeria e dei suoi uomini dai glutei così sodi che ci si poteva spaccare una noce sopra.  Myon  era sempre più persa nei miei eccitanti racconti di Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab,  la sentivo che bolliva, la portai in camera e la feci distendere nel mio letto di ebano e lenzuola di seta nera senza luna né stelle. Le mie parole scivolavano nei meandri del suo corpo  soffermandosi talvolta sulle sue enormi tette e sulla sua natura infuocata.  Era pronta,  il mio potere seduttivo  l’aveva portata esattamente dove avevo prestabilito  dalla prima volta che l’avevo vista,  non dovevo perdere tempo, la sua carnagione prima lattea era diventata rossa incandescente, il momento era arrivato, presi il tomino avvolto nelle fette di speck e lo adagiai su di lei, si sarebbe squagliato approfittando biecamente della nostra perversa eccitazione per sublimarsi nelle nostre vogliose bocche di formaggiosi contrasti.

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