Jessica Myon Rizzo Fantasy (I Parte)

Per fortuna l’autobus non tardò ad arrivare, non vedevo l’ora di salirci a bordo e speravo fosse così pieno da essere compressa fra masse di uomini e donne, anziani e giovani, abili e disabili. Adoro essere contaminata da tutto ciò che è putrido, venero la decadenza, amo il gorgonzola e la mano morta. Impazzisco quando vengo toccata da arti tremanti affetti da Parkinson, mi eccito pensando a pullman pieni di fusti nigeriani, sogno di  avvinghiare morbosamente la mia mano ad un palo e passare fra i loro corpi  strusciando il mio sedere contro la loro imponente mascolinità. Malauguratamente l’autobus era semideserto, nessun nigeriano, nessun maniaco, solo anziane signore perse nei loro pensieri De Filippiani e una ragazza di chiare origini orientali seduta negli ultimi seggiolini. Ero ancora scossa dalla mancata avventura erotica con il trapanatore rumenabruzzese e non volevo più pensare alle gioie dell’orgasmo al Quartirolo che solo certi operai asfaltatori sanno regalarti nei torridi giorni di Luglio col bene che ti voglio. Mi avvicinai alla ragazza e rimasi incantata dalla sua eterea figura che sembrava sostenere a malapena i suoi abbondanti seni. Era meravigliosamente seducente con la sua gonna  a pieghe che adornava quelle sue gambette leggermente arcate. Portava calzettoni lunghi a scacchi, scarpe da ginnastica e una striminzita camicetta bianca i cui bottoni sembrano voler esplodere da un momento all’altro sotto l’impulso di quelle tette esagerate. Non riuscivo a smettere di guardarla, sognavo di legarla con il filo della burrata al mio letto di ferro sbattuto, desideravo cospargere la sua pelle con la robiola e fettine di pere, poi cibarmi di tale delizia tenendo all’oscuro qualsiasi operatore agricolo della zona. Il sesso per me è l’esaltazione contemplativa  dei sensi scoscesi di animazione mistica del primosale, voi comuni e mediocri esseri, che percorrete le vie tantriche del centro in un qualsiasi sabato pomeriggio del villaggio, non potete comprendere tale sublimazione.  Il tram si muoveva in mezzo al traffico e ad ogni buca che prendeva vedevo il sussultare di quegli atipici seni orientali, ad ogni sobbalzo la mia voglia cresceva.  In un italiano contornato da una leggera cadenza calabrese mi disse di chiamarsi  Myon Jessica Rizzo di essere figlia di una dissidente coreana del nord e di un sedicente pastore di Alessandra Del Carretto. Volevo averla, la sua lingua che emetteva suoni di r vizze e consonanti aspirate mi stava turbando più dell’ascolto di Pelo Potere di Maria Sole. I minuti passavano troppo velocemente, avrei dovuto scendere fra un paio di fermate per assistere i mocciosi gemelli svizzeri fino al calar del sole. Odiavo fare la babysitter ma il mio amore per l’Emmental di  Berna era così forte da farmi resistere a quei piccoli nani elvetici. Gli occhi di Jessica Myon scrutavano la mia pelle di luna coperta a tratti di bitume e tracce di Camembert. Dovevo scendere, non potevo rischiare di perdere il mio posto di lavoro e i 7etti di cacio che mi avevano promesso per cena, ne avrei sofferto troppo e anche i miei ratti da cortile non l’avrebbero presa bene. Mi avvicinai a lei, le lascia il mio numero di telefono e un pezzo del mio cuore, lei contraccambio porgendomi il suo e  donandomi un angolo del suo pancreas. Presto ci saremmo viste per un abbandonarci ad un erotico incontro caseario, l’avrei sedotta introducendole in bocca del Pecorino di Pienza e lei avrebbe leccato fiocchi di latte dalle mie dita, avremmo goduto insieme della Provola Silana in tutti i modi, in tutti i luoghi e, come sempre, in tutti i laghi.

(fine II capitolo)

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