Il ritorno

I mesi erano filati via come la mozzarella sulla pizza degli Scugnizzi, mi ero persa nei ricordi di montagne verdi e le corse di una bambina, Volunia, che tanto avevo amato, si era rivelata un bluff. Mi ero illusa che un’amante italiana e piuttosto stagionata potesse essere più affine alla mia indole cruda con acidità di fermentazione a maturazione media. Mi ci volle del tempo per accorgermi che lei non era altro che un misero personaggio costruito sulla fuffa senza gorgonzola attorno, un’apparente figura dalle grosse tette lanciata in grande stile a suon di spot e un po’, come il Galbanino, costituita da scarti di lavorazione. Mi ero ritrovata sola, senza un lavoro, senza un amore, mi sentivo come un soldo di cacio alla mercé di ratti di passaggio, puzzavo come una fogna aperta sotto il cielo di Calcutta in piena estate, neanche io mi volevo più. Avevo pensato di riprendere i contatti con Rocco ma ormai si era volatilizzato come il parmigiano sulla pasta fredda in preda alla bora triestina. Dovevo reagire, non avevo scelta, avevo l’obbligo di ricostruirmi o per me sarebbe stata la fine. Tornai nella mia vecchia casa, quando aprii la porta ritrovai la fragranza di Roquefort che mi riportò alla mente l’amore perduto. Avevo vagato mesi senza meta ne un’idea, mi apprestai a farmi una doccia lasciando che l’acqua mi scorresse addosso nel disperato tentativo di lavare, oltre la mia pelle, i miei truci pensieri. Avevo quasi perso la fede quando una flebile luce illuminò l’icona di Santa Rita S’Accascia sopra il mio comodino, come avevo fatto a scordarmi della mistica? La martire che si privò delle rotule per meglio prostrasi ai piedi di un Dio minore 7 con quinta diminuita era la dimostrazione che potevo farcela ad ricreare un mondo diverso, ma fatto di sesso, chi vivrà vedrà. Mi vestii velocemente con l’abitino nero di lattice e uova sbattute, chiamai i miei vecchi datori di lavoro svizzeri chiedendo se avessero ancora bisogno di una baby sitter per i loro mocciosi, sorprendentemente mi risposero che il posto era ancora vacante e che non vedevano l’ora che tornassi dato che nessun altro era riuscito a resistere alle fetenzie dei due fratellini elvetici. Mi avrebbero addirittura raddoppiato lo stipendio aggiungendo ad esso una porzione extra di emmental. Ero felice, avevo ritrovato l’armonia della scaglia di grana congiunta con il miele. Avrei ripreso il lavoro quel giorno stesso, mi sentivo di nuovo viva, mi preparai di corsa dimenticandomi perfino di mangiare, arrivai alla fermata dell’autobus con grande anticipo sul mio stupore.
Nel tempo dell’attesa pensavo che avrei intravisto qualche fusto nigeriano, invece accanto a me c’era solo una coppia che aveva cominciato a fissarmi parlando fra loro in modo complice. Inizialmente provai imbarazzo nel sottostare ai loro sguardi, non ero più abituata a suscitare certi interessi, Volunia aveva annientato la mia femminilità, le miei voglie più represse di sesso e camembert. Cominciai a rispondere a quelle occhiate facendo intuire la mia disponibilità ad avventurarmi con loro alla ricerca di nuove sensazioni e giovani emozioni. Poco prima dell’arrivo del bus lei si fece avanti chiedendomi se quella sera dopo il lavoro avessi avuto voglia di andare a casa loro, mi allungò un biglietto con scritto il loro indirizzo e il numero di telefono, si chiamavano Timothy e Sarah ed io ero nuovamente “Ecci Tata”.

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