Enigma

Il tempo è un amante ansioso che ti travolge lasciandoti una sconfortante percezione d’incompiutezza. Non riesco mai a raggiungere l’orgasmo paneaceutico che perfeziona la mia vaginocrazia criticamente avversa agli esponenziali espansi. Vivo di avventure e di formaggio, ma percepisco di non essere ancora compiuta. Desidero sentirmi pienamente appagata, come il gorgonzola mascarponato e sensualmente assediata, come lo speck che avvolge il tomino. Ho cercato un centro di gravità permanente ma la normalità non fa per me, io non sono una donna che posta i gattini su facebook per attirare la vostra attenzione, io ostento le mie provole. Mi spoglio di ogni inibizione mostrando al mondo intero la mia anima selvaggia lucarelli. Non sono come voi, comuni donniadi, che si affrettano sulle auto il giovedì sera per recarsi con le amiche alle riunioni della tupperware. Io vi osservo, sapete? Io sono quella presenza inquietante che occhieggia i vostri prosciutti stagionati e che emette vagiti quando arriva il grana. La mia è una vita fatta di domande: che ne sarà di me? Chi fermerà la musica? E, soprattutto, cosa resterà di questi anni 80? Sogno di trovare un nuovo amore, un nuovo tipo di cacio, qualcosa che mi faccia sentire viva. Vi guardo chiusi dentro i dentro i paltò delle vostre miserie, per voi non ci sono enigmi, solo rassegnazione porta a porta. A volte però mi chiedo se ci sia poi una grande differenza fra le mie palpitazioni di fronte ad un fusto nigeriano e le vostre sicurezze chiuse dentro i cassettoni impiastricciati dell’Ikea. Siamo diversi, io sono diversa, io ho le tette, alcuni di voi no e già questo la dice lunga sulla maternità oppressa inconfutabile delle tate svizzere.

Torno a lavoro, i mocciosi crescono e presto si sbarazzeranno di me. Devo cercare di sbarcare il lunario ma chi altri prenderebbe una baby sitter come me se non un’impertinente coppia elvetica? Voglio un nuovo amore che mi dia più del vino, più del pane, più, più del cacio, del mattino, più. Un nuovo amore, un lavoro … questo mi rende forse uguale ad altri?

Io, in coda all’ufficio di collocamento, senza un caseificio nei paraggi. Dovrei farmi una doccia, lasciare che l’acqua scenda sul mio corpo burroso lavando la veste dei fantasmi del passato, che cadendo, lascia il quadro immacolato. Che faccio chiamo Alessandro? Meglio di no, non posso tornare da chi ho abbandonato e che forse ancora non se ne è ancora accorto ubriaco com’è. Non ho più fatto sesso con nessuno, anche se nella mia appartata esistenza mi sono allenata molto, da sola.
Non posso che andare avanti senza voltarmi mai. La vita è un enigma, non so cosa potrebbe accadere domani, se davvero finirà il mondo o se scopriranno un nuovo tipo di formaggio. L’inquietudine è il grana della mia esistenza che si poggia dissolvendosi sul ragù dei miei sentimenti … e ne aggiungo sempre più … sempre più.

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