Ecci Tata (IV capitolo)

La storia con Jessica Myon mi stancò subito, ad un certo punto mi accorsi che non si vive di solo tomino e che il sapore del formaggio fuso sul corpo della giovane calabrocoreana non era poi così allettante a lungo andare. Decisi di mollarla dopo un week end lattiginoso pieno di sesso e noia in cui ci trovammo abbandonate nelle rive inconsce perpetuate all’unisono dell’ipocondria evangelica martirizzante di  fiumi di caglio inebriati da caprini stantii sui nostri corpi umidi. Mi era passata dalla testa l’idea che avrei potuto davvero amarla, lei con quelle sue enormi tette color latte da cui bramavo succhiare yovì  ai frutti di losco, ma Jessica Myon si era rifiutata di emulare Santa Rita S’Accascia e la cosa mi aveva profondamente delusa. Avevo avuto tutto da lei, ma non le sue rotule. La mollai con la stessa naturalezza con cui si lascia cadere il grana sulla pasta, per me era l’ora di voltare pagina, di guardarmi intorno, di tornare a sognare di essere presa da fusti nigeriani nella sera quando me ne tornavo a casa dai mocciosi svizzeri ancora famelica di emmenthal e di stecchi ducali. Adoravo prendere l’autobus, osservare la gente alla fermata mettendomi al buio degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Mi pareva di guardare il mondo da un oblò e, anche se mi annoiavo un po’,  potevo tornare a sognare campi di grano e poesie di un amore profano. Voi, piccole caccole mortali, non potete comprendere la bellezza di corpi stanchi che si sfiancano nel tentativo di salire per primi sul bus in cerca di posti liberi da gomme masticate da ubriachi indigeni rotolanti fiele e birra, no voi non potete capire fino a che non striscerete come Santa Rita ai piedi di un Dio minorato privo di ginglimo angolare.  Amo sniffare involucri umani maleodoranti d’estate stipati sui mezzi pubblici, mi ricordano la mia infanzia a Moena io che da piccola, quando gli altri bambini giocavano a dottori e infermiere,  me ne stavo avvinghiata al Puzzone. Persa nei ricordi di un’infanzia rubata ai caseifici di montagna me ne stavo seduta sul mio seggiolino eccitata dal tremolio andante del mezzo urbano.  Non mi ero neanche accorta di quel bell’uomo che mi stava accanto quando una manovra azzardata dell’autista me lo fece ritrovare fra le mie braccia. Dio com’era bello e quanto forte era il suo odore. Lo sniffai senza ritegno, la sua maschia essenza mi ricordava il Roquefort  e infatti mi disse di essere italofrancese e di chiamarsi Rocco … uhm Rocco un nome che  evocava in me sensazioni penetranti. Cominciai a mangiarmelo con lo sguardo certa del mio potere seduttivo e della mia V di seno. Da seduta lo vedevo così imponente, era altissimo e i miei occhi erano giusti all’altezza del suo fagotto rinchiuso in jeans sdruciti che non vedevo l’ora di spacchettare per ammirare quella che potevo solo sospettare come smisurata maschia presenza. Cercai di distaccare il mio sguardo dalla verga promessa, un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri ma, nonostante i miei sforzi di guardare negli occhi il mio interlocutore, la mia vista tornava di nuovo a posarsi su quell’enorme blocco. Le fermate scorrevano inesorabilmente come il liquido della mozzarella cola velocemente sulla pizza se non è stata ben strizzata in precedenza.  Fremevo dalla voglia di avere quell’uomo, la sua voce mi ricordava quella suadente di Daniele Pace, ogni sua parola suonava sexy alle mie orecchie che ambivano suoni di esplosioni orgiastiche imburrate come l’ultimo tanga che mi ero comprata a Parigi. Rocco faceva il fattorino in una latteria del centro e questo aumentava in lui la sua carica erotica, mi lasciò il suo numero di telefono e mi promise un sensazionale provolone che sarebbe arrivato a breve per allietare il nostro prossimo futuro. Nel sentire quelle sue parole il mio seno si era accresciuto di un’ulteriore misura e i miei capezzoli erano diventati così duri che temevo strappassero via i lembi della mia maglietta fina, tanto fina al punto che immaginavo tutto.  Non sapevo quanto avrei resistito nell’attesa del nostro menage ma non potevo che arrendermi al tempo e attendere il momento propizio in cui ci saremmo ritrovati insieme, io Rocco e la Provola.

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