Ecci Tata (Storie torbide di una babysitter perversa) I Capitolo

Odio i bambini, sono gente piccola spesso sporca, parlano, mangiano, più che altro respirano e m’infettano con la loro vita ancora vergine, per questo ho bisogno di loro, della loro linfa. Mi nutro delle loro piccole connessione neurotiche per tonificare i miei pensieri. Le loro voci mi rendono sorda a questo mondo  dove ungersi di luminol è peccato mentre il cannibalismo in chiesa  è consacrazione. Io dedico la mia esistenza a qualcosa di profondo e venero Santa Rita S’Accascia poiché le rotule sono solo costrizioni del ginglimo angolare e la loro privazione è la via all’illuminazione dei bastardi adoratori di formaggio come me.   La mia è una condanna insensata, come la mia bibliografia. Mi vesto d’incoerenza e di lurex per affrontare la giornata e ammazzo il tempo bevendo caffè nero bollente. Le anime degl’infanti mi accoglieranno fra i loro lego contrapposti al mio ego, dovrò supportare il supplizio ammazzandomi di Hannah Montata e Winx contrapposte allo stoicismo bellico dei Pokemon.  Sfilo l’ennesimo ferretto da questo reggipetto che ormai non tiene più l’entusiasmo dei mie seni che esuberanti tendono a sfondare ogni rivestimento con i loro capezzoli irti come bandiere amaricane sulla mia pelle di luna. Mi vesto di nero perché snellisce la mia psiche.  Cammino nei cimiteri collinari per rassodare i miei glutei che, come lune gemelle, incantano i miei amanti.  Cos’è la morte se non la benedizione di un orgasmo multipla fiat con i finestrini abbassati in una notte di novembre fra lupetti  e gli sguardi persi di mandinghi nigeriani? Mentre fantasticavo su fusti di colore e gorgonzola,  uscii di casa constatando il sole primaverile violentare  il candore della mia cute. Odio il sole, odio il sale, correggo l’insipidità con del pecorino stagionato nelle grotti eremitiche della Majella e mi riparo dal sole con cappelli di paglia e canne di bambù. Arrestai i miei passi per ritrovarmi avvinghiata, come una ballerina di lap dance, al palo della fermata dell’autobus. Solevo spesso meditare in quella posizione quando  mi sorpresi  ad osservare gli operai che trapanavano l’asfalto nero di catrame antico. Mi soffermai ad osservare la loro natura, il sudore che scivolava insinuoso, come una serpe nei metrò, sui loro corpi.  Avrei voluto essere strada, sentivo nascere il desiderio in me di essere trivellata con quell’enorme attrezzo che pareva indomabile nelle loro mani. Sentivo il mio sesso, compresso nel lattex esplodere mentre l’operaio asfaltatore notò il mio corpo avvinghiato al palo delle mie emozioni. I miei seni si facevano sempre più gonfi, le palpitazioni e il caldo mi rendevano debole e arrendevole, desideravo quell’operaio dalla pelle abbronzata e dal giubbino fluorescente, volevo la potenza del suo martello pneumatico, il vigore delle sue luride mani sul mio candido corpo. Quell’uomo si stava avvicinando a me e avremmo fatto l’amore in tutti i modi, in  tutti i luoghi e in tutti i laghi, mi vedevo già sotto di lui, sopra di lui, in mezzo e per traverso, l’obliquità del sesso, le percentuali carnali e le frazioni erotiche in quella periferia suburbana di palazzi e caseifici. Non pensavo più ai bambini che attendevano la loro Tata malefica come un commerciante attende una visita dalla finanza. Avrei seguito quell’operaio ovunque, avrei seguito l’intera squadra di trapanatori, sarei stata la loro vittima sacrificale, loro si sarebbero nutriti del mio corpo e io della loro materia faticata e maleodorante come un caprino sotto il sole di un 38 luglio di un qualsiasi anno. Lo sguardo proletario del domatore di martelli pneumatici si stava accoppiando con il mio, fremevo, i suoi passi decisi venivano naturalmente verso di me come una l’Nduja viene ovviamente dalla Calabria. Mi staccai dal palo pronta a provare con lui nuove sensazioni e  giovani emozioni.  Con il suo accento esotico rumenabbruzzese  mi disse che avrei dovuto staccare le mie mani inguantate di pizzo calabro da quel l’asta dura e irta perché non era di mia proprietà e andava rimossa, sconvolta e sconsolata staccai i miei palmi dal palo della fermata del bus.

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