Al mio ragazzo piace il mio ragazzo

Insinuarsi e uscire dalla vostra vita  è equivalso a entrare e poi sfociare dalle gallerie sospese dai ricordi di un tempo che si è spento nel vento in un momento con un flebile lamento.
Chi sono stata? Cosa sarò? Cosa sarà che fa crescere gli alberi la felicità che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento? Se stasera sono qui è perché vi voglio bene.
Ho cercato di proteggere le vostre vite facendomi crosta per avvolgermi sulla pasta molle e a volte dura delle vostre esistenze. Io vi ho amato tanto tanto intensamente, meno col corpo e più con la mente. Vi tenevo separati come la carne e il latte nella cucina kosher ma poi non ho potuto che sognare di avervi insieme come  le ciliege sempre unite nei loro gambi, come due occhi che scrutano l’orizzonte, come due mani che applaudono (anche perché con una ci ho provato, ma è davvero difficile applaudire), come i due gemelli del calcio Vialli e Mancini, come le gemelle Kessler (chi è Alice? Chi è Ellen?), come Ric e Gian.
Insieme noi tre fantasticavamo, sognavamo ma poi la voglia e la pazzia, l’incoscienza e l’allergia, ci hanno preso la mano facendoci volare lontano lontano.  Chi ero io per voi se non una Dea da venerare offrendole dolci e Camembert ? Io, come Santa Rita S’Accascia che offrì le sue rotule al Signore, mi prostatai a voi nel silenzio dei nostri umori complessi scatenati dagli amplessi. Ho amato avervi, vi ho raccontato di ciò che provavo per l’uno e per l’altro e questo mio amore vi ha avvolto liberandovi, facendovi innamorare.
E io, tra di voi, se non parlo mai, ho visto già tutto quanto.
E io, tra di voi, capisco che ormai la fine di tutto è qui.
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Tutto il resto è noia

L’avevo trovato finalmente, nelle file disconnesse di sistemi altergici trasferitesi in letarghi austrabili di sinfoniche mescolanze di bulgari ladini, una sera di novembre vidi lui e fu così che nascette amore.
Aveva  un’età indefinita e una capacità cranica nella norma, due occhi più blu del blu anche se erano marroni, non era bello ma accanto a sé aveva mille donne se cantava Help o Ticket to ride o Lady Jane o Yesterday (zum zum zum). Mi sorpresi a guardarlo  mentre sceglieva del  Roquefort  nel banco della gastronomia al supermercato che poi tanto super non era, ma di questi tempi un po’ tutti si atteggiano, iper compresi.  Tastava quelle forme con la sensualità con cui un pastore sardo tocca la sue pecore, ci scambiammo un occhiata all’inizio fugace e poi via via più intensa fino a che non mi avvicinai  con fare leopardato dicendogli: “ e delle mie forme cosa ne pensa?”.  Lui sorrise come solo l’uomo che non devi dire mai sa sorridere, allora io con nonchalance elvetica sbottonai i bottoncini della mia camicetta in suede blu di Prussia per mostrargli le mie Grazie: Grazia e Graziella. Sapevo che nessuno poteva resistere al mio seno prosperoso come l’economia dell’Italia dei primi anni ‘60, quando andavano di moda i reggiseni con le punte a forma di  cucuzzolo della montagna con la neve alta così. M’invitò quella sera stessa a casa sua, in attesa delle poche ore che ci separavano dal nostro incontro non stavo più nella pelle, infatti al posto del cuoio che indossavo  fino a poche ore prima scelsi del classico latex nero. Arrivai nel suo appartamento all’incirca alle 20:45:76” (più o meno), mi accolse il canto di Franco Califano che sentivo già dalle scale, eccitata da quella voce mi ritrovai bagnata ancor prima di varcare la soglia, se quella sera avessi preso  un ombrello forse non mi sarebbe accaduto.
Mi fece accomodare e mi offrì dei simpatici caprini,  che carini e come belavano!
Sul piatto il disco di Califano girava e la sua voce solleticava le mie voglie mentre mi nutrivo di robiola e grana in sfoglie,  lui mi versò del vino sedendosi vicino, io ne bevvi un bicchiere mettendomi a sedere, lui pose la sua mano sul mio seno che d’amore era pieno. Era de maggio e te cadeano nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse anche se era Novembre,  la sua mano mi palpeggiava rendendo turgidi i miei pensieri . Mi sarei fatta sbattere,  in tutti i modi in tutti i luoghi e in tutti i laghi, le uova fresche che aveva nel tinello per bermi un sano zabaione abbracciando poi il suo corpo per ore ore  ore e far l’amore con la sua assenza, motore danza, sento già che il dolore avanza, respirerò lacrime e aria che mi sbronza. Fu così che mi prese, in un attimo mi alzò di peso apparecchiandomi sul tavolo, entrò in me  invadendomi  dopo un po’ (oh sì … un bel po’)  con la sua maschia essenza .  Non ricordavo di aver mai goduto così fino a quel momento, ma forse era colpa dell’amnesia amnesia canaglia che ti prende anche quando non vuoi.  Venni ripetutamente,  mi sentivo un fiume in piena, come il latte che si fa caglio, formaggiai la mia anima alla sua.
La voce del Califfo riecheggiava nei meandri reconditi periclati degli anfratti del mio corpo  voluttuoso e bianco come la burrata di Andria.  Passammo tutta la notte così in varie posizioni  comprese quelle statiche del Tai Chi. Quella fu la prima di tante notti passate insieme ad assaporare caci e baci, persi nella nostra passione, presi nella nostra pulsione, ma poi la passione si affievolisce, l’amore si svilisce, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza  (se dice di culo eh!). Ogni tanto  ripenso  a quell’incontro intenso, ma voglio vivere il presente avendo nella mente il prossimo appuntamento che non sarà lontano se non cuor mio porterò sempre Franco Califano.

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Daido Moriyama “Tights”, 1987-2011/2016

 

20 km al giorno

 

Non è che fosse proprio bello, era un tipo non alto né basso, non vestito male ma neanche tanto bene, uno con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova. Girava spesso da queste parti anche lui in cerca di un sapore sopraffino da sposare con il vino e non gli mancava  certo il coraggio di satollarsi con qualsiasi bevanda e con ogni tipo di formaggio. Voi piccoli rododendri sperticati sulle colline tundriche di sentimenti basici persi in aristocratici distacchi di patrizi ignudi osteggianti plebei discinti, voi gente di mare che se ne va dove gli pare e dove non sa, voi che ancora vi chiedete chi fermerà la musica e, soprattutto, cosa resterà di questi anni 80, voi non potete capire cosa spinge noi Eletti alla continua ricerca del piacere oltre il cacio con le pere. C’incontrammo in drogheria e bastò solo uno sguardo a far scoccare in noi ogni più perversa fantasia. Amava cospargermi  di Coincoillotte per poi gustarlo scaldato al caldo del mio corpo nudo. Io amavo su di lui i piemontesi, il suo calore maschio si sposava perfettamente con la Mollana della Val Borbera.
Per arrivare da me faceva 20 km al giorno, 10 all’andata, 10 al ritorno e li per li sembrava non pesargli. Ci gustavamo in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi, esploravamo le nostra intimità accompagnati dai regionali, gli elvetici e i francesi, formaggi, vini, pastori sardi, artisti bohémien, guardie svizzere. Condividevamo ogni nuovo sapore,  ci sollazzavamo con ogni nuovo odore, ogni nuovo amante, ogni nuovo formaggio duro, molle o a pasta filante.
Se ne andò un giorno e non lo rividi più, di lui mi è rimasto solo il ricordo e qualche briciola di Tête de Moine. Ho provato a cercarlo facendomi anche io 20 km al giorno, 10 all’andata, 10 al ritorno ma non l’ho più trovato. Seppi poi che era trasferito dall’amante che non era poi così distante, ora abitano in una cascina e producono ricotta vaccina.

Il femminismo

L’uso intrinseco forbiale della metasintassi nel paradigma degli sterotipi accentuati nell’omonimia granulare di genere afflisso nei contesti proverbiali del femminismo storico, supplisce nella incarnazione dei supplì di antica memoria de tor vergata. Il patriarcato generalista della misoginia atavica strutturata nella dimensione gerarchica dei padri padrigni padroni padroncini pad iPad del 18° secolo affligge ancora le generazioni odierne costrittamente nei sufflugi affermativi che una buona parte nell’andamento lento, andamento lento, vieni, vieni con me (eh oh), vieni, vieni con me (eh oh). Alelai alelai alelai viene appresso a me.

De Piscopo, nei suoi trattati, aveva già all’epoca individuato l’inesplecabile formaggiosità del groviera mangiato dalle donne nella sera, ma fu solo nel 21° secolo che la forma prese forma e le donne dalle piazze si spostarono nei centri commerciali di periferia dove i tram non vanno avanti più. Ma facciamo un passo indietro: Stanislao Marsisti nel suo trattato “Pari o dispari?  Sasso, forbice, carta”  aveva già delineato nella sua mente quello che il movimento di li a poco avrebbe realizzato anche nei paesi latini: un movimiento sexy, una mano en la cintura.

Ma cosa è successo poi? Perché “la donna la donna la donna o l’omo?” non sono riusciti a portare avanti unitariamente le lotte nel fango arrapanti camionisti slavi di dubbia moralità e si sono scissi in diramanti diramazioni che contraddicono la natura stessa della libertà?  In tutta onestà la visione apocongeica  di alcune amazzoni storicamente compromesse nella Ciliaca antica, richiama la fermezza del tamburo di Maracaibo ancora udibile nelle balere estive (a volte un temporale non ci faceva uscire).
Per me il femminismo è e resterà questo.

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Ragione e sentimento (chissà se la Austen apprezzava il caprino?)

 

 

Estate sei calda come i baci che ho perduto, sei piena di un amore che è passato, che il cuore mio vorrebbe cancellare, ma siamo solo a Luglio e prima che torni l’inverno, per veder cadere mille petali di cose e la neve che coprirà tutte le cose, manca troppo tempo … chissà se il cuore ce la fa. Pensavo che questa stagione che vede il trionfo delle mozzarelle di varia natura sulle nostre tavole, fra cui la ricercatissima zizzona di Battipaglia, mi portasse un’ondata di novità e mi ero illusa che così fosse. La scoperta del caprino in tutte le sue infinite varianti e l’aver trovato un instancabile amante focoso avevano risvegliato in me ogni genere di appetito e fantasia. Ma il sogno si è spezzato presto, l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta neanche qualche svogliata carezza, nessuna tenerezza se non quella ricoperta da sottile strato di carbone che avvolge il latte crudo di capra. L’unico amore che si rinnova nella mia vita, la mia unica certezza è godere dei formaggi la pienezza. Orgoglio e pregiudizio  hanno rovinato sul nascere un rapporto, lui sicuramente penserà di me che sono soltanto una signorina attaccabrighe  e so che non potrò adottare nessuna strategia di persuasione per riparare amore e amicizia soffocati sul nascere. Ragione e sentimento, cuore e mente, sinapsi e ormoni, Rick e Gian, Juli and Julie, lottano dentro me, che confusione … sarà perché lo amo?
Ho già fatto i miei passi, ho cercato di capire, di spiegare, ma non ne vuole più sapere di me e per quanto io preghi Santa Rita S’Accascia e  Madre Maria Lines Consulelo Pilar de Pañales so che neanche con un miracolo tornerà da me. Vorrei dire ancora le stesse cose ma come fan presto amore ad appassir le rose, così per noi.
La mia razionale razionalità mi dice che va bene che sia andata così, lui non era interessato a me ma solo al mio corpo, alle mie mani, al mio sesso, a qualche mio organo di senso, frattaglie escluse, ma lo desidero ancora e so che se lui facesse anche un piccolo gesto correrei e me ne fotterei del mio orgoglio.
Che ne sapete voi umanoidi, ammassati e  sudati sulle linee tranviarie cittadine che percorrono asfalti sciolti dal calore di Caronte, di amanti teutonici di padri lettoni amanti della birra e di zizzone?
Passerà anche questa, devo solo resistere, o forse no?
Gli telefono o no, gli telefono o no? Ho il morale in cantina (ma almeno li c’è più fresco).
Forse dovrei lasciare tutto così com’è e smettere di combattere, di dividere ragione e sentimento e lasciare tutto alla fatalità porta fortuna, fatalità chiaro di luna (ti amo ti amo ti amo ti amo, ti amooo).

 

 

Lentamente


Il senso dei sensi, che senso ha? Ho ancora i miei quattro assi bada bene di un colore solo, solo come me fra le mura di questa città parcheggio, inconsolabile come un puntuale svizzero a Mumbai.
Quello che cerco, nell’universo della mia follia, è solo amore.
Il cerchio magico che non vuole chiudersi, l’umana miscredenza  taleggiante frutti afrodisiaci inespriati dai vini amari soffici di riso e sale,  corpi i cui anfratti odorano di umana sessuitudine tendente al blue Stilton, amore di coralli ansiosi sul fondo marino (ohohohoh) giocar da terzino (ohohohoh) la spiaggia al mattino presto e la fedeltà. Una vita viva.
Ho cercato l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Ho creduto più volte di averlo trovato. Mi sono illusa come l’Empoli di restare in serie A. A. A.A.  cercasi amore, possibilmente totale. La mente gioca strani scherzi, le sinapsi sono come Pierrot lacrimanti gocce dolci e piccanti come il Gim. Ho voluto creare luoghi immaginari di orgasmi multipli, ho costruito divisioni fantastiche fra io e l’es vivo fuori e dentro me, ho sommato la mia carnalità con il desiderio, ho sottratto le mie ansie dalla mia volontà, ma nonostante tutto non ho compreso il risultato perché a matematica sono sempre stata una schiappa e mi ritrovo ancora oggi a scivolare sui cateti della mia incoscienza, a rincorrere con la mente (se il fiato ce la fa) la voglia che ho di te. Vorrei averti, lasciare andare lentamente la mia mano, la mia bocca, la mia lingua piano piano, despacito quiero desnudarte a besos despacito, firmo en las paredes de tu laberinto y  hacer de tu cuerpo todo un manuscritooo

… e vaffanculo  a sta canzone di merda di cui non riesco a liberarmi

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Raclette

 

Scegliersi
Sciogliersi
Labbra che bruciano al tocco del denso sapore nell’attimo che precede l’estasi suprema

Bocca che accoglie
ricettori che  elaborano il piacere
momenti senza tempo, spazi e dimensioni inebriati di sapore

Lingua che perlustra ogni minimo spazio
per assaporare ogni grammo di straordinaria beatitudine

Momenti da vivere
io e te
formidable raclette

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