Il femminismo

L’uso intrinseco forbiale della metasintassi nel paradigma degli sterotipi accentuati nell’omonimia granulare di genere afflisso nei contesti proverbiali del femminismo storico, supplisce nella incarnazione dei supplì di antica memoria de tor vergata. Il patriarcato generalista della misoginia atavica strutturata nella dimensione gerarchica dei padri padrigni padroni padroncini pad iPad del 18° secolo affligge ancora le generazioni odierne costrittamente nei sufflugi affermativi che una buona parte nell’andamento lento, andamento lento, vieni, vieni con me (eh oh), vieni, vieni con me (eh oh). Alelai alelai alelai viene appresso a me.

De Piscopo, nei suoi trattati, aveva già all’epoca individuato l’inesplecabile formaggiosità del groviera mangiato dalle donne nella sera, ma fu solo nel 21° secolo che la forma prese forma e le donne dalle piazze si spostarono nei centri commerciali di periferia dove i tram non vanno avanti più. Ma facciamo un passo indietro: Stanislao Marsisti nel suo trattato “Pari o dispari?  Sasso, forbice, carta”  aveva già delineato nella sua mente quello che il movimento di li a poco avrebbe realizzato anche nei paesi latini: un movimiento sexy, una mano en la cintura.

Ma cosa è successo poi? Perché “la donna la donna la donna o l’omo?” non sono riusciti a portare avanti unitariamente le lotte nel fango arrapanti camionisti slavi di dubbia moralità e si sono scissi in diramanti diramazioni che contraddicono la natura stessa della libertà?  In tutta onestà la visione apocongeica  di alcune amazzoni storicamente compromesse nella Ciliaca antica, richiama la fermezza del tamburo di Maracaibo ancora udibile nelle balere estive (a volte un temporale non ci faceva uscire).
Per me il femminismo è e resterà questo.

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Ragione e sentimento (chissà se la Austen apprezzava il caprino?)

 

 

Estate sei calda come i baci che ho perduto, sei piena di un amore che è passato, che il cuore mio vorrebbe cancellare, ma siamo solo a Luglio e prima che torni l’inverno, per veder cadere mille petali di cose e la neve che coprirà tutte le cose, manca troppo tempo … chissà se il cuore ce la fa. Pensavo che questa stagione che vede il trionfo delle mozzarelle di varia natura sulle nostre tavole, fra cui la ricercatissima zizzona di Battipaglia, mi portasse un’ondata di novità e mi ero illusa che così fosse. La scoperta del caprino in tutte le sue infinite varianti e l’aver trovato un instancabile amante focoso avevano risvegliato in me ogni genere di appetito e fantasia. Ma il sogno si è spezzato presto, l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta neanche qualche svogliata carezza, nessuna tenerezza se non quella ricoperta da sottile strato di carbone che avvolge il latte crudo di capra. L’unico amore che si rinnova nella mia vita, la mia unica certezza è godere dei formaggi la pienezza. Orgoglio e pregiudizio  hanno rovinato sul nascere un rapporto, lui sicuramente penserà di me che sono soltanto una signorina attaccabrighe  e so che non potrò adottare nessuna strategia di persuasione per riparare amore e amicizia soffocati sul nascere. Ragione e sentimento, cuore e mente, sinapsi e ormoni, Rick e Gian, Juli and Julie, lottano dentro me, che confusione … sarà perché lo amo?
Ho già fatto i miei passi, ho cercato di capire, di spiegare, ma non ne vuole più sapere di me e per quanto io preghi Santa Rita S’Accascia e  Madre Maria Lines Consulelo Pilar de Pañales so che neanche con un miracolo tornerà da me. Vorrei dire ancora le stesse cose ma come fan presto amore ad appassir le rose, così per noi.
La mia razionale razionalità mi dice che va bene che sia andata così, lui non era interessato a me ma solo al mio corpo, alle mie mani, al mio sesso, a qualche mio organo di senso, frattaglie escluse, ma lo desidero ancora e so che se lui facesse anche un piccolo gesto correrei e me ne fotterei del mio orgoglio.
Che ne sapete voi umanoidi, ammassati e  sudati sulle linee tranviarie cittadine che percorrono asfalti sciolti dal calore di Caronte, di amanti teutonici di padri lettoni amanti della birra e di zizzone?
Passerà anche questa, devo solo resistere, o forse no?
Gli telefono o no, gli telefono o no? Ho il morale in cantina (ma almeno li c’è più fresco).
Forse dovrei lasciare tutto così com’è e smettere di combattere, di dividere ragione e sentimento e lasciare tutto alla fatalità porta fortuna, fatalità chiaro di luna (ti amo ti amo ti amo ti amo, ti amooo).

 

 

Lentamente


Il senso dei sensi, che senso ha? Ho ancora i miei quattro assi bada bene di un colore solo, solo come me fra le mura di questa città parcheggio, inconsolabile come un puntuale svizzero a Mumbai.
Quello che cerco, nell’universo della mia follia, è solo amore.
Il cerchio magico che non vuole chiudersi, l’umana miscredenza  taleggiante frutti afrodisiaci inespriati dai vini amari soffici di riso e sale,  corpi i cui anfratti odorano di umana sessuitudine tendente al blue Stilton, amore di coralli ansiosi sul fondo marino (ohohohoh) giocar da terzino (ohohohoh) la spiaggia al mattino presto e la fedeltà. Una vita viva.
Ho cercato l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Ho creduto più volte di averlo trovato. Mi sono illusa come l’Empoli di restare in serie A. A. A.A.  cercasi amore, possibilmente totale. La mente gioca strani scherzi, le sinapsi sono come Pierrot lacrimanti gocce dolci e piccanti come il Gim. Ho voluto creare luoghi immaginari di orgasmi multipli, ho costruito divisioni fantastiche fra io e l’es vivo fuori e dentro me, ho sommato la mia carnalità con il desiderio, ho sottratto le mie ansie dalla mia volontà, ma nonostante tutto non ho compreso il risultato perché a matematica sono sempre stata una schiappa e mi ritrovo ancora oggi a scivolare sui cateti della mia incoscienza, a rincorrere con la mente (se il fiato ce la fa) la voglia che ho di te. Vorrei averti, lasciare andare lentamente la mia mano, la mia bocca, la mia lingua piano piano, despacito quiero desnudarte a besos despacito, firmo en las paredes de tu laberinto y  hacer de tu cuerpo todo un manuscritooo

… e vaffanculo  a sta canzone di merda di cui non riesco a liberarmi

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Raclette

 

Scegliersi
Sciogliersi
Labbra che bruciano al tocco del denso sapore nell’attimo che precede l’estasi suprema

Bocca che accoglie
ricettori che  elaborano il piacere
momenti senza tempo, spazi e dimensioni inebriati di sapore

Lingua che perlustra ogni minimo spazio
per assaporare ogni grammo di straordinaria beatitudine

Momenti da vivere
io e te
formidable raclette

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Di soli manzi non si campa: cerco un mecenate nobile e dell’afrodisiaco cacio spalmabile

Cerco un mecenate d’altri tempi, somigliante a re Käse II di Emmental. La crisi finanziaria ha ridotto lo scrittore in un hobbista, ed io (che metto la punteggiatura a caso perché sono superiore alle regole grammaticali) ho bisogno di un mio regno difensivo, dove continuare a costruire il mio impero letterario fatto di cazzate e tanto tanto formaggio.

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Il mondo è pieno d’imbrattacarte che potrebbero tranquillamente lucidarmi l’argenteria, se solo avessi dell’argenteria, ma voi subumani che vi mettete in fila alle casse della speranza ipertrofica di mappe ascellari pezzate di interiora e carta domopak dei sentimenti iracondi sublimati negli ipermercati della periferia di Vimercate, non potete capire l’intrinseca esigentezza di unire le sinapsi asburgiche di chi come me ricerca la bellezza della parola nella sera mangiando parmigiano di 46 mesi e mezzo invecchiato come il brandy che crea un’atmosfera.
Lasciate a me le parole: sole, cuore, amore, fate in modo che io, umile Mistress della letteratura riesca a vivere d’arte, veneratemi ma soprattutto pagatemi in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi.
In un mondo che prigioniero è perché io, divina casearia creatura dalla pelle chiara come il marzolino di ottobre e dalle forme abbondanti come caciocavalli pugliesi, dovrei essere costretta a lavorare come voi esserini fatti di cartellini da timbrare, mutui e macchine prese a rate? Possibile che io, cantrice di versi quali “ohh, ahh, zigwilg oppure trumptrump” non trovi, non dico un mecenate nobile, ma almeno un ricco burino che voglia investire sulla mia arte? Prego costantemente le mie mistiche di riferimento Santa Rita S’Accascia e Madre Maria Lines Consuelo Pilar de  Pañales affinché mi facciano incontrare un mio possibile estimatore che sia un po’ un pirata e un po’ un signore ma soprattutto che sia un bel pezzo di professionista dell’amore.
Ah la mia mente vaga sulle storie che videro mecenati prodigarsi per la nobile causa dell’arte: se chiudo gli occhi mi sembra di vedere Ludmilla Sbatilowa preparare zabaioni al suo giovane amante il poeta Wassily Werbowschy e ricoprirlo di profumi e balocchi.

Quella era la vita vera signori e non questo inferno dove io, che sono fatta della stessa sostanza del taleggio, sono costretta a vivere facendo da tata a due mocciosi elvetici per qualche etto di groviera in più.
Lo sapete, io non sono come voi, io non posso parlare solo di calcio e di donne di membri lunghi tre spanne, non posso parlare di tutte le corna del droghiere  dell’ulcera duodenale del padre del salumiere non posso parlare. A differenza vostra desidero un letto di Camembert dove sdraiarmi nuda assaporando quell’aroma forte di maschio cacino. La mia bocca deve nutrirsi d’amore, di vini e di formaggi francesi ma ormai i miei soldi li ho tutti spesi e se non trovo un investitore, io che del lavoro ne ho orrore, finirò per distruggere la mia poesia.
Donatemi l’essenza di una vita che somigli ai formaggi  erborinati,  devo avere l’esistenza che la mia arte merita.
Vi racconto le mie avventure erotiche casearie perché è il dio Eros a chiedermi di farvi eccitare, mostro il mio abbondante seno su queste pagine perché possiate sognare un amore diverso, ma fatto di sesso, chi vivrà vedrà. 

Ordunque mi sono sfogata, la mia richiesta è  questa: se qualcuno volesse finanziarmi o semplicemente rendere meno misera la mia vita liberando la mia arte per farla volteggiare sulle intramontabili vette del sapere sa dove trovarmi, sapete quanto io sia generosa: posso lasciarvi gli estremi della mia postepay in qualsiasi momento me lo chiediate. Se poi vi capitasse fra capocollo un salumiere nobile mecenate atto a rendermi finalmente libera dallo stress del denaro ve ne sarei eternamente grata, sappiate che questa mia gratitudine potrebbe fare della vostra vita di apostatici inflazionati omuncoli e donnuncole assuefatte dai tg regionali, una vita meno misera.
Vostra formaggiosa Sabrella.



Nel sole, nel vento, nella Toma del Monviso e nel pianto

L’equilibrio esosceso dei fiammiridi anglosfani riuniti in questo canto di cervo di primavera si mescola alla pioggia e al profumo dei glicini e del tiglio che verrà.
E’ stata l’ennesima delusione  questa che mi ha lasciato di nuovo sola a leccarmi le ferite e le dita piene di robiola. C’è stato amore negli amplessi complessi, nei gemiti emessi? Non lo so, mi sembravano attimi in cui una luce brillava nei nostri occhi e poi le nubi, quella luce, se la sono portata via. Ma forse era il sole, i cui raggi per 3,14 brillavano nel cielo schiarito di nuove rane e del formaggio grane, che mi ha mostrato ciò che era vero. Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare.
Ma cos’è il sogno se non un mondo parallelo su esistenze perpendicolarmente oblique di fatti di misfatti e di emmental senza buchi? La sua vita non poteva incrociarsi con la mia, siamo isole nell’oceano della solitudine e per quanto io preghi Santa Rita S’Accascia ciò che di mistico entra in me non necessariamente coinvolge anche altri amanti del formaggio a cui di certo manca il coraggio per vivere una vita vera fatta di pere e di groviera.
Le storie ce le raccontiamo tutte, le mie a volte le infilo nella carta musica farcita di rucola e taleggio.  Ma per quanto io sia sincera, come l’acqua di un fiume di sera, trasparente eppur sembro nera,  non merito una storia disonesta e puoi cambiarci i personaggi ma, quanta politica ci puoi trovar. Ho compreso che non merito un uomo stitico nell’anima e che devo stare lontana da chi soffre di noia e in me cerca la gioia, l’effervescenza di una vita che ne è rimasta senza. Un alka seltzer e tutto passa.
Me ne sto qui seduta e assente con un cappello sulla fronte, le cose strane che mi passan per la mente. Non riesco neanche a piangere come si deve, l’unica lacrima, scesa come un’unica goccia di Gim, si è dissolta nel vento. Intorno al mondo senza amore, come un pacco postale, senza nessuno che mi chiede come va, resto sola e penso davvero che forse la gente vola, vola e io sto troppo giù, l’amore vola e vola tu non c’eri già più.

moi

Il bar de’ Lapo Calisse

Ho incontrato Lapo una matimg_20161217_165452tina tinta dei rossi del tramonto e di blue stilton. Non mi aveva colpito in particolar modo, neanche quando mi aveva tirato una bastonata nello stinco sinistrato dall’angelica intemperanza delle claudicanti andate su tacchi scoscesi di pelle lucida pelle nera, in inverno come in primavera.  Aveva iniziato ad insinuarsi, come un serpente nei metrò, negli angoli bui della mia anima. Era così carino, era così carino, privo di testa e ben vestito, ma non mi diceva un granché, anche perché non parlava quasi mai, ma a gesti sì che si faceva capire, tant’è che spesso lo chiamavo Lapo Ca Lis. Aveva così insistito per uscire con me che alla fine cedetti, anche perché m’invitò in quella fromagerie in centro ricca di caci provenienti da tutti i luoghi e da tutti i laghi. Mi guardava, mi sorrideva, arrossiva, poi ad un certo punto iniziava a gonfiarsi non per eccitazione, ma per una sua fastidiosa allergia ai tovaglioli in titanio fluorescente di cui, perversamente, amava circondarsi.  Siamo usciti un paio di volte insieme e mi accorsi che le cose fra di noi cominciavano ad avere una certa piacevole consistenza, sarà perché avevo avuto modo di testarla con mano e non solo. Avevamo tanti progetti in comune che prevedevano molto perlage, un pizzico di bondage, e cascate di fromage. Stavamo bene, allietavamo le nostre esistenze svogliandosi di noi, Lapo Calisse stava segnando un nuovo inizio e invece poi si è rivelato l’ennesima fine. Come un tritarifiuti di una brutta periferia urbana piena di ratti e di  malmessi cantanti Hip Hop hop hop hop somarello, trotta trotta il mondo è bello, è passato sulla mia esistenza facendola a pezzi. E’ sparito ignorandomi. E’ stato inghiottito nella regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. Lui è nella regione dell’immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà.
Ormai nei sono certa, questo luogo esiste ma è in una dimensione invisibile a noi lasciati o messi in stand by (se questo può farvi sentire meno sfigati, io preferisco comunque le reblochon che mi aiuta costantemente sia nel corpo che nella mente). Questo buco nero, che risucchia i nostri amanti, si presenta come un bar con un grande bancone, dietro  il bancone un barista gentile di quelli che sanno ascoltare, o almeno fingono di saperlo fare bene. L’amante arriva attratto da una potente forza magnetica e si siede comodamente al bancone a bere una fantastilbirra da 20 ettolitri, si guarda intorno, riconosce i suoi simili con cui scambia fraterni sorrisi, strette di mani e strizzamenti di palle e/o palpazioni di tette. In quel luogo il tempo si dilata, come i buchi dell’emmental in estate, si perdono i contatti con la realtà, si perde la memoria. Da lì nessuno è più tornato fra noi comuni mortali. Alcuni hanno pensato di poterlo fare e probabilmente si sono illusi, illudendo anche altri, di esserci riusciti, ma non è così, quel bar cancella e riprogramma la mente, Lapo Calisse non è più tornato.